PARTITUREIlaria Pamio

Cristo Nero

PARTITUREIlaria Pamio
Cristo Nero

C’era una volta, in un paese piuttosto lontano, una casa minuscola con un grande portone di legno di rovere.
Le strade di questo paese erano tutte ciottolose e, tra le duecento anime che lo abitavano, c’eravamo io e mia sorella Maria.


La mattina andavamo a scuola. La maestra Clara odorava sempre di minestra; non usava trucco; vestiva con colori tristi e quando raccoglieva i capelli in uno chignon s’intravedeva un’unica larga ciocca grigia. In aula eravamo in venticinque; un’unica classe elementare. In base all’età dei bambini a fine mattinata la maestra assegnava i compiti.
La mamma odorava sempre di sapone. Aveva i capelli lunghi, che teneva sempre legati per evitare le dessero fastidio agli occhi mentre cuciva; faceva riparazioni per la nostra piccola comunità. Nostro padre aveva l’hobby per il legno. Preparava mobili e, di tanto in tanto, piccoli oggetti da mettere in casa.
Mio padre e mia madre si erano conosciuti in chiesa, alle elementari. La mamma scostava di poco il foulard che teneva sulla testa, e girava lo sguardo verso la panca dei bambini, dove trovava lo sguardo del papà. Si erano sposati senza mai essersi sfiorati, neanche con un bacio, pochi anni prima di essere maggiorenni.
L’alito del papà mi avvolgeva la testa mentre mi spingeva sull’altalena. Maria invece ne aveva la nausea quando le dava il bacio della buona notte.


Io e Maria dormivamo nella stessa stanza. Eravamo gemelli monozigoti e, come fossimo un’unica persona, avevamo un solo armadio, una sola scrivania con una panchetta per sederci, un solo letto in cui dormire. Tutti i mobili della stanza erano stati realizzati con cura da nostro padre. E noi li amavamo per questo motivo.


Dopo la scuola, potevamo correre per le stradine sassose, oppure chiedere alla mamma di portarci sull’altalena vicino alla spiaggia, ma non dovevamo mai andare in cima alla collinetta, dove c’era il Cristo Nero. Eravamo noi bambini a chiamarlo così; ma era solo l’immensa statua, di colore nero, di un Cristo crocefisso che proteggeva il paese intero, guardandolo da lassù.

Per la strada c’erano poche automobili. Se restavi seduto sui gradini fuori di casa, potevi osservare le signore del paese che camminavano sottobraccio vestite completamente di nero. Portavano il lutto del marito, di un fratello, per anni.
La notte era silenziosa; non s’udiva alcun rumore di auto.  Solo un profondo respiro proveniente da una casa non molto lontana; ma la mamma ci aveva detto che non era nulla. E che la curiosità è del diavolo. Noi eravamo due angeli, e non dovevamo avere strani pensieri.

Un giorno, dopo che Maria e io avevamo finito i nostri compiti, chiedemmo alla mamma, impegnata a cucire un vestito da sposa, il permesso per uscire.
«Mamma, andiamo un pochino in paese.»
«Guido, i compiti sono stati fatti?»
«Certo, mamma.»
«Sicuro?»
«Sicurissimo.»
«Mi raccomando. Non cacciatevi nei guai. E bada a tua sorella.»
«Promesso» le diedi un bacio e le dissi: «Sarà bellissima la tua sposa!»
«Mamma» era Maria «quando divento grande ne farai uno così bello anche per me?»
«No, Maria» sorrise lei «quando sarai grande te ne farò uno molto più bello di questo. Adesso, angeli miei, andate. Vostro padre torna per le sette e a quell’ora dovete essere a casa. Non voglio si arrabbi.»

Maria e io passeggiavamo tenendoci stretta la mano per le stradine anguste, prive di auto.

«Dove vuoi andare, Maria?»
«Non lo so, Guido. Tu?»
«Sull’altalena ci siamo andati ieri. Vuoi che andiamo al Cristo Nero?»
«No, lo sai. La mamma non vuole che ci andiamo da soli. Dobbiamo attraversare quel pezzo di strada con le automobili.»
«Maria…»
«Che c’è?»
«Ti ricordi dei respiri che sentivi la notte? Quando restavamo svegli perché avevi la febbre alta.»
«Sì. Mi facevano una paura.»
«Andiamo a vedere chi c’è in quella casa. Si trova poco dopo il Cristo Nero.»
«No! Noi siamo angeli! Non dobbiamo essere curiosi.»
«Maria, fammi vedere dove hai le ali. Non le hai!» risi. «Siamo bambini, non angeli.»
«Ma la mamma…»
«Alla mamma non lo diciamo. Andiamo a dare una sbirciatina, poi torniamo a casa. Nessuno lo saprà mai.»
«Ma…»
«Non ti accadrà nulla, promesso.»

Diedi un bacio sulla guancia a Maria. Era davvero carina, coi calzettoni a righine beige e la gonna a pieghe rossa. Le strinsi la mano più forte che potessi e c’incamminammo. La salita sembrava lunghissima. Il Cristo Nero stava là. In cima. Era grandioso. Alto quanto dieci uomini.

«Forza, Maria! Il Cristo Nero lo abbiamo superato. Ancora un piccolo sforzo. Sono certo che manchi poco per raggiungere la casa.»

Era da molto che desideravo scoprire a chi appartenesse quel respiro da animale notturno.


Ci trovammo dinanzi al portone. Era molto simile al nostro, perché lì tutti i portoni erano molto simili.
Accostai l’orecchio al legno, ma non si sentiva nulla. Diedi un paio di colpi al batacchio d’ottone. Attendemmo un attimo, ma non arrivò nessuno ad aprirci.
«Maria, entriamo?»
«Non si entra in casa d’altri.»
«Beh, ma magari non ci ha sentiti. Anche la signora Tomasa, che ci porta le angurie, spesso bussa ed entra senza che noi le diciamo nulla.»
«Va bene, entriamo.»
Aprii la porta lentamente. Davanti a noi c’era una stanza enorme.
«È permesso?»
Nessuno rispose.
«Ce ne andiamo?»
«No, Maria. Ormai siamo qui. Dai, due minuti soli. Hai mai visto una casa così grande?»
Davanti ai nostri occhi c’era una distesa di piastrelle. Nella nostra stamberga non esisteva uno spazio così vasto senza mobili. Lo attraversammo per intero, c’era un arco in fondo.
Oltre l’arco vedemmo una libreria gigantesca. Per la maggior parte sembravano libri medici, alcuni erano religiosi.
«Il medico del paese non abita qui» disse Maria.
«Sarà un forestiero, venuto qui per studiare.»
Svoltammo a sinistra. La stanza era maestosa. C’era un’immensa vasca da bagno rotonda con delle statue attorno. Una testa calva sbucava dall’acqua.
«Chi siete?» chiese una voce celeste senza voltarsi.

«Noi, signore, abbiamo bussato, chiesto permesso. Siamo Guido e Maria. Abitiamo qui vicino, volevamo conoscerla.»
Si voltò. Aveva gli occhi rossi infuocati di un lupo. La sua bocca mostrò un ghigno strano. Prese l’asciugamano dal bordo della vasca e uscì dall’acqua coprendosi.
«Non ho spesso visite e mai da bambini.»
Prese un bastone da terra. Si poggiava a quello, per venirci incontro. La sua faccia era piena di cicatrici.
«Allora noi ce ne andiamo a casa. Sarà quasi ora di cena.»
«No, che dite? Restate qui» fece di nuovo quel sorriso.
«Noi, signore, andremmo.»
«Vi ho detto di rimanere» ordinò con una voce che dal celeste era passata al blu notte. Si mise a camminare più veloce. Verso di noi.
«Maria, corri! Corri più forte che puoi!»
Ci mettemmo a correre. Via dalla stanza da bagno, verso la stanza della biblioteca. Il battere del bastone sul pavimento ci perseguitava, come il "toc" di un orologio a pendolo. In prossimità dell’arco una cancellata di ferro scese veloce dal soffitto. Ci girammo. Un’altra cancellata scese automaticamente a bloccarci nello spazio ristretto. Una terza scese a dividerci.
Eravamo in trappola.
Il grassone ci venne incontro. Era tutto sudato. Si toccava la gamba dolente. Correndo gli era caduto l’asciugamano: aveva in brutta mostra la sua piccola appendice moscia.
Da lui esalava il respiro affannoso che avevamo sentito quella notte.
«Maria» le disse pacatamente, mentre cercava di riprendere fiato, «sai, le brave bambine col nome della santissima non devono guardare gli uomini nudi. Sarò costretto a punirti.»
«Lasciala stare!»

Stringevo tra le mani le sbarre di ferro; tentavo di scuoterle, ma ero in trappola. Dalla mia gabbia non potevo fare nulla. Non potevo aiutarla.
«Guido» piangeva Maria «ho paura. Aiutami Guido!»
Lui si avvicinò alla libreria. Sul ripiano in alto c’erano oggetti strani. Ne scelse due.
«Lasciala o te la faccio pagare» gridai.
«Stai buono, che poi ne avrò anche per te.»
Maria gridava con quanta voce aveva mentre l’uomo le andava sempre più vicino. Sentivo le sue unghie stridere contro le sbarre. Lui rideva. E intanto, ancora, le si avvicinava.


La prese. La voltò verso di sé.

«Guarda i miei occhi, perché non li vedrai mai più.»
La tramortì con un colpo secco, alla nuca. Maria era rimasta stesa incosciente per terra. Le iniettò qualcosa.
Con una strana pinza le tenne aperte le palpebre, per poi estrarle i bulbi oculari. Un bulbo, poi l’altro: il sangue zampillò a schizzi sulle piastrelle; colate di cera rossa sul viso. E quell’uomo rise forte, rigirandoseli nella mano.
Ripose gli strumenti al loro posto. Mise i bulbi in una ciotola. Prese altri arnesi. Le incise il torace col bisturi, sezionando i vari lembi di pelle. Con una piccola sega andò più in profondità. Infilò le mani. Le aprì il torace ed estrasse il cuore.

Il sangue era ovunque: sulle mani di lui, come fossero vestite da guanti; sul pavimento. Era come se Maria non avesse più alcuno strato di pelle.
I miei occhi avevano visto ogni cosa. Le mie orecchie avevano sentito ogni grido. Ma la mia lingua, i miei muscoli erano impietriti. Non ero riuscito a salvare la mia sorellina. E sapevo che ora sarebbe stato il mio turno.
«Visto, ragazzino, cosa hai fatto accadere a tua sorella? Ma la tua pena sarà di certo peggiore.»

Raccolse da terra l’asciugamano. Si pulì le mani, venne verso di me.
Aprì la gabbia. Ero paralizzato. Dicevo alle mie gambe di muoversi, ma non ci riuscivo.
Col bastone mi diede una botta all'altezza delle ginocchia. Prese dei lacci di nylon. Mi legò le braccia strette al corpo. Poi le gambe strette a una tavola, con dei lacci emostatici. Mi aprì a forza la bocca. Mi diede una cosa amara da ingurgitare, che mi stordì. Mi tenne la nuca appoggiata al lettino e mi sussurrò:
«Hanno già sentito troppe grida. Adesso non sentiranno nulla, ragazzino» e con un punteruolo mi perforò i timpani, rendendomi sordo.
Il dolore fu talmente atroce che svenni. Mi risvegliai imbrattato di sangue. Non capivo nulla. Iniziai a piangere. Sentivo le lacrime bagnarmi la faccia, la maglietta.
Mi guardai più in basso. Ero incapace di muovermi. Avevo aghi nelle braccia; le gambe, ridotte a moncherini, erano fasciate.


Voi non potete capire i dolori. Non potete sapere cosa vuol dire gridare mentre ti privano di un arto e non sentire la tua voce, nelle tue orecchie. O, se lo sapete, lo avete vissuto solo negli incubi.


Mi tenne con sé, perché voleva scrivessi la nostra storia. Perché il mondo sapesse.

Qualcuno mi aiuti. Dica ai miei genitori che ci ha visti vent’anni fa, investiti da un’auto pirata.
Perché non voglio conoscano la realtà.