Mi par mill'anni

Mi par mill'anni

Quando prima sono sceso in cantina, era ancora buio pesto. Ho dovuto fare le scalette a tentoni. Non volava una mosca neanche a pagarla, si sentiva solo il rumore del nylon che mi scricchiolava tra le mani, e dei topi che grattavano il compensato sul fondo dei cassetti, alla faccia delle tagliole di Liana seminate a ogni canto. Se, prima di sposarla, le avessi visto sugli zigomi e ai lati della bocca l’ombra di soddisfazione che ha nello staccare il topo dalla colla ‒ con le dita che sembrano grinfie ‒ non so se sarei arrivato al dunque. È per questo che, tutte le volte che posso, le dico Faccio io, anche se mi fa schifo, anche se dopo mi spello le mani a forza di sdrusciarle con la pasta abrasiva, che leva perfino la morca, ma non riesce a liberarmi il groppone dal macigno di quella pelle grigia sbrindellata, strappata a forza.

La gatta ha la pancia sgonfia. Ha partorito, ha detto Liana, ieri sera, al suo modo che non dà scampo, mentre col mestolo riempiva a furia i piatti di minestrone. Ci penso io, li darò via, ho risposto, mentre guardavo Sara, per capire se stesse seguendo il discorso. E chi vuoi che se li prenda?, ha detto Liana, in una smorfia seguita da un colpo di riso sforzato. Quella scema li ha nascosti, ha aggiunto.

Li avrà fatti da qualche parte fuori, vai a sapere, ho detto io.

Bisogna cercare in cantina, ha ribattuto lei. Sara a quel punto ha alzato gli occhi dal piatto in uno scatto, ha fissato a lungo la madre fino a che con la punta del cucchiaio ho battuto tre volte sul fondo del piatto e lei è riemersa come da un brutto sogno; le ho fatto l’occhiolino e lei mi ha sorriso a mezze labbra. Liana ha insistito Allora, Italo, ci pensi te?

Faccio io, le ho risposto col tono a chiudere la partita, mentre pensavo che se anche stavolta lo avessi lasciato fare a lei me ne sarei dovuto andare via di casa e dormire in macchina, magari davanti alla portineria dello stabilimento, come fa il Nanni da quando la moglie gli ha scoperto gli altarini con la compagna della CGIL.

Quando dopo cena siamo andati a letto, Liana si è messa su un fianco, con la faccia rivolta al canterano; io intravedevo solo il profilo delle sue spalle dure. Perché fai quei discorsi davanti a Sara? Lei non si è girata nemmeno, è rimasta un masso inerte, e ha risposto Non dici sempre che deve capire come si sta al mondo? Come fa, se poi le racconti che Gesù è morto dal sonno? La voce le è uscita roca, come seppellita sotto un coltrone di cemento armato, e io ci ho messo più di un momento a farla sorella a quella che dodici anni fa, nella chiesetta di San Giusto, disse Sì, lo voglio.

Quella gatta sgrava un giorno sì e l’altro pure, maledetto te che la portasti a casa, ha aggiunto, poi. Non la possiamo buttare in strada, Sara ci è affezionata, ho detto. I ragazzetti dimenticano alla svelta, ha detto lei. Ogni parola m’è parsa un manrovescio dato bene. Allora le ho ripetuto Faccio io, e lei ha sospirato un Mi par mill’anni che me la levi di casa, così pulisco per bene, finché il suo respiro si è allungato placido nel sonno, ha succhiato tutta l’aria della stanza ed è diventato un ingombro che mi ha portato il cervello al colmo. Ho iniziato a cantare Contessa, dentro la testa, volevo provare a ricordarmi chi cerco di essere e a rifugiarmi in ogni mio Credo. Fino a che tutto è diventato buio muto.

 

Stamani presto, ho sentito Italo sgusciare fuori da camera nostra, senza nemmeno muovere un fiato, e armeggiare cauto in cucina. Appena si è chiusa la porta dell’ingresso, con un cigolio morto in uno scatto secco, sono andata a spiarlo tra i fori in fila dell’avvolgibile, serrato a notte. Il caseggiato era immobile, eccetto che per i passi di Italo che andavano dritti verso il bidone della spazzatura svuotato di fresco. Ha buttato il sacchetto vivo, si è guardato intorno, e anziché tornare verso casa, a testa bassa è andato alla 127 parcheggiata all’angolo della via. Va a fare una delle sue girate del sabato, nella macchia, ho pensato, per levarsi di testa il calore e i fumi dell’altoforno. Ho sperato di nascere maschio anch’io, al prossimo giro.

Il motore non deve essersi avviato al primo colpo di chiave; i fari hanno lanciato sull’asfalto un lampo lesto, per poi spegnersi e riaccendersi per davvero, nell’istante preciso in cui anch’io ho tirato un sospiro di sollievo. Allora sono corsa in cucina, ho buttato le ciotole della gatta nel sacco nero della spazzatura, e ho rivisto il gesto meccanico di mio nonno, quando sistemava i figlioli appena nati alla gatta che stava in cortile. Ci avevo pianto, la prima volta che lo avevo visto, per via di quei miagolii deboli e moltiplicati, che mi spillavano i timpani perfino attraverso le dita messe a tappo. Lui mi aveva tirato un nocchino sonoro in testa e mi aveva detto Cosa piangi a fare, scema, è la legge della natura.

Dare la cera sulle mattonelle antidiluviane e crepate è come mettere la cravatta al maiale, me lo dice sempre la dirimpettaia ciabattona, mentre agita l’aria a colpi di smalto rosso sbeccato. Io lo faccio lo stesso, la passo in abbondanza e mi spolmono a lucidarla, solcando cerchi furiosi col panno di lana, finché mi devo fermare per ritrovare il fiato. Mi do ai gorgheggi delle canzoni leggere del festival, per come so fare, sul ritornello mi sgolo, e se chiudo gli occhi per un momento mi sento un uccello con lo spunto del volo e le ali piombate. A faccenda finita, sulle mattonelle maculate ti ci puoi specchiare, e sembra che questa vita stretta accidentata si sia fatta doppia, e campi sopra e sotto il pavimento. Mi cade sempre l’occhio sulla casalinga, truccata e coi capelli scolpiti a onde, stampata sull’etichetta del flacone, che col dito perfetto indica le piastrelle che fanno scintille, e tutte le volte le dico Cosa c’avrai da esser felice, per una cera, lo sai solo te. Io, dopo tutto il lucidare, ho i capelli straziati a ciuffi, e mi scendono sulle gote a rosoni dei lacrimoni robusti ‒ che se non li fermassi coi polsini slabbrati del maglione, potrei allagarci il mondo, e anche oltre. E, allora, mi guardo nello specchio del corridoio e non mi ci scappa per niente da ridere.

 

Ho finito la lezione, posso scendere a giocare in cantina?, chiedo a mamma, ma lei non risponde, sta pulendo i pavimenti come se ci stesse facendo a botte. Ci vado lo stesso. Un po’ sento il cuore bugiardo, e una di queste domeniche dovrò andare a confessarlo a Don Ugo ‒ che, tutto diviso a puntini dalla grata, non sembra nemmeno lui, e nel silenzio di orecchio sott’acqua del confessionale, le cattive azioni sembrano peccati mortali. La bugia è che non scendo per giocare. Ieri, dopo scuola, ho sentito arrivare dalla cantina un verso lungo di gatto e ho creduto fosse un randagio in amore passato dalla finestrella con la rete rotta che dà sul marciapiede. Invece era Luna, rintanata in un angolo, dentro una cassetta di legno per la frutta, con una polpetta di carne cieca che le stava uscendo da sotto, e due altre polpette a forma di pugni chiusi, ferme agli angoli. La gatta aveva il muso che puntava in su, come se stesse cercando in aria qualcuno per chiedergli aiuto, magari il dio dei gatti, e sembrava che con la testa fosse da tutta un’altra parte. Quando si è accorta di me, mi ha guardata di sbieco e ha rifatto quel verso che sembrava fosse l’ultimo, ha disegnato dei cerchi a rincorrersi la coda, fino a che deve aver trovato l’angolo giusto, si è sdraiata su un fianco e ha preso a leccarsi nel punto da dove stava sbucando la polpetta. Ha chiuso gli occhi, ha mugolato più forte e il pugnetto di ciccia si è staccato da lei, a parte un cordino sottile e biancastro tipo quello che lega alla navicella gli astronauti nello spazio. Non ho capito bene a cosa servisse, fino a che ho visto la gatta tagliarlo con i denti, e ho pensato Addio polpetta, da ora in poi te la devi cavare da sola, speriamo bene.

La gatta ha subito iniziato a leccare la polpetta, come fosse il gelato sul cono, facendola tentennare a ogni colpo di lingua, fino a che ha tirato un altro di quei versi di guerra e ha ripreso a spingere il didietro verso le spalle per poi farlo tornare d’un botto al posto suo, che sembrava un’onda che va dal mare alla spiaggia e ritorno. Una, due, tante volte. La seconda polpetta è uscita veloce, come fosse unta; la gatta ha rosicchiato il filo, ma invece di ripulirla subito per bene, ha continuato a spingere facendo uscire da sotto una marmellata bianco latte con macchie rosa chiare e rosso scuro, quasi marrone. Mi sono avvicinata e ho visto che non era una polpetta venuta male, ma una specie di grossissimo starnuto uscito da lì, misto a sangue aggrumato. Qualunque cosa fosse, la gatta se l’è mangiata e solo dopo ha ripreso a leccare le polpette che facevano a mosca cieca contro la sua pancia, con le zampette spelate che si aprivano e chiudevano ad afferrare. A quel punto la gatta sembrava tornata tra noi, faceva delle fusa grosse e non toglieva gli occhi di dosso dalle sue quattro polpette appena sfornate. Sono sicura che fosse felice, anche se i gatti non te lo possono dire.

Luna sta dormendo con i suoi piccoli attaccati, nel baule che le ho preparato mettendo sul fondo duro uno dei maglioni che mamma compra a sconto al mercato del venerdì, col bollino di carta rossa accanto al difetto. La gatta deve essersi spostata lì nella notte, col figliolame di polpette al seguito. Appena mi sente dà un colpetto di naso all’aria, che ora sa degli avanzi della mia cena di ieri sera. Si tira su, i gattini si staccano e fanno dei miagolii fini che si rincorrono, lei esce dal baule con le mammelle gonfie che dondolano, e il bottone ciucciato piatto. Porto il dito alla bocca e al naso, come se volessi tagliarmi in due la faccia, e bisbiglio Shhh, ma quelli continuano a pigolare ciechi e senza prendere fiato. Appoggio il piattino nell’angolo della cantina, opposto a dove sta il baule, lei mi segue con la coda messa a manico d’ombrello, che nella lingua felina vuol dire felicità; sembra indecisa tra pancia e polpette, infatti torna due passetti indietro, cambia verso di nuovo ed è finalmente sopra alla scodella a far sparire tutto, senza nemmeno masticare, come per una fame grande dopo una grande fatica. Mentre Luna è piegata sul piatto, io mi avvicino alle sue polpette, che si stanno sparpagliando come gocce di olio in acqua, cozzano, si passano sopra l’un l’altra, tentennando come le mani di nonno. Prendo in mano la più cicciottella, che si dimena con le zampe ammattite ma non fiata. Sento uno strizzotto sopra l’ombelico e il diluvio che ho dentro sale attraverso la gola fino agli occhi. Mi sembro sempre un po’ scema a piangere senza essermi fatta male, ma babbo una volta ha detto che il pianto è come la pipì: se ti viene non bisogna trattenerlo.

Luna volta la testa verso di me, lascia il cibo e mi si avvicina a balzi veloci che segnano zig zag incerti sulla polvere, miagola tenendo la coda dritta come un fuso, che nella lingua felina vuol dire Stai in campana; chiede, insiste, rivuole indietro il suo. Io le do una carezza e un sorriso largo, le dico piano Ti ricordi cosa è successo l’altra volta?, sembra che lei capisca e si siede, ma poi riprende a chiedere. Io riempio la tasca a marsupio della felpa e salgo di sopra, chiudendo dietro di me il miagolio insistente di Luna, che ha preso a grattare la porta e i graffi sono come pioggia fitta che non vuol smettere. Non te lo ricordi? Lo faccio per te, le ripeto, mentre sento la polpetta andare alla cieca contro la mia pancia e sembra che con dei colpetti di spilli mi stia dicendo qualcosa in alfabeto morse. Penso a un segreto tra noi, forse sta dicendo Ti voglio già bene, forse mi sta chiamando mamma, fatto sta che sento il cuore che a suon di colpi a ritmo del rock mi fa schiantare le costole e vince.

L’ho chiamata Unica, anche se non so se sia maschio o femmina, e l’ho messa nell’armadio dentro una scatola delle scarpe, tutta forellata con la punta del lapis affilata per bene. Da ieri sera, però, ha smesso di muoversi e si è indurita come le gomme quando le hai sputate da un po’ perché non sanno più di niente.

Babbo non è ancora tornato, anche se ormai è buio. Il lunedì fa sempre tardi alla Camera del Lavoro, e mamma si è stufata di aspettarlo per via dei grilli che alla sua età dovrebbe essersi già levato dalla testa. A voce alta, mamma dice È pronto. La tavola apparecchiata per due mi sembra monca di un braccio, o di una gamba, eppure mamma fa i movimenti di sempre. Ho addosso la stessa felpa di quando Luna ha fiorito nella cassetta in cantina. Mi siedo al mio posto, tiro su il sedere e con tutte e due le braccia dritte avvicino la sedia al tavolo, sennò mi sporco i vestiti con i bocconi ribelli. Infilo la mano destra nella tasca a marsupio, la svuoto e appoggio il contenuto proprio al centro della tavola, accanto alla bottiglia di acqua con le bolle che mamma ha preparato. Gli occhi di mamma si socchiudono a unghia, come se dovesse strizzare le pupille per vederci meglio, le gote diventano rossissime, e con la bocca a smile schifato esclama Che cazz—, mentre mi arriva un tonfo a mano piena sull’orecchio e io nemmeno la sento tutta, quella parola ‒ e forse è un bene perché è una di quelle che non si devono dire, nemmeno i genitori potrebbero. La polpetta, rimasta di sasso, rotola fino allo spigolo, per il colpo di pugno che mamma dà sulla tavola. Mamma scatta su facendo urlare la sedia, prende il mio tovagliolo, ci avvolge la polpetta andata a male, corre a buttarla nel secchio della spazzatura, torna a passo veloce e dice Ora sbrigati a mangiare la pasta, sennò diventa colla.