PARTITUREDaniele Benussi

Il campo fertile

PARTITUREDaniele Benussi
Il campo fertile

In quel periodo gli capitava di svegliarsi così: leggero e con la voglia di mettere due fette di pane a tostare, di farsi un caffè, di volersi bene.

Srotolando la tapparella vedeva l'abbraccio dell'autunno avvolgere il mucchio di case di fronte. La luce dell'alba camminava verso ovest con scarpe di fuoco e provava a vincere la sua sfida quotidiana con la nebbia. Sul cavo elettrico che attraversava la via, come sempre, un esercito di uccellini cantava la sua ode alla vita. Non si saprà mai cosa canta un gruppo di uccellini la mattina, ma se ci fosse una traduzione dovrebbe essere senz'altro qualcosa tipo C'ABBIAMO VOGLIA DI VIVERE. Non è che ne vedi uno giù di corda perché non sa cosa fare del suo futuro oppure perché quello di fianco ha il becco più a punta oppure che ne so perché la fringuella del cavo accanto non l'ha messo negli amici stretti su Instagram. Macché... quelli sì che sanno spremere la vita. E ci cagano pure in testa. E sui vestiti.

Ma insomma lui non era un volatile e non era poi così scontato che si svegliasse con la voglia di vivere. Dipendeva dalla mattina, ma per sentirsi vigoroso aveva bisogno ogni tanto di prendere a calci qualche grumo di pensieri neri che come i funghi nei boschi nasceva all'improvviso e quasi sempre non in solitaria. Lì accanto ce n'era sempre almeno un altro, e poi un altro e un altro ancora: un piccolo popolo di funghi di cui era assolutamente necessario riconoscere la velenosità per non fare indigestione. I pensieri neri sono così: il gusto che si portano dietro è malignamente dolce, e per una mente affamata di convinzioni possono essere facili prede.

Ma il tempo delle grandi abbuffate era finito. Si trattava soltanto di imparare a trattare la mente come un vasto campo umido, in cui tutti i pensieri sono in grado di fiorire, ma dove serve capire quali di essi siano commestibili e quali no. Tutto qui.

Stare bene non voleva dire non veder nascere più pensieri velenosi, questo non era possibile. Nascevano ancora, nel cuore della notte o durante una passeggiata, mentre apriva il frigorifero o fermo al semaforo. Nascevano e lui se li trovava lì, pieni del fascino maledetto che spesso sta dentro alle cose velenose. Però aveva intuito come lasciarli lì. Aveva capito, a forza di indigestioni, come nel campo fertile della mente ci sia spazio anche per loro, e come si possa accettare anche la loro presenza senza farsi accecare dalla foga di divorarli. Aveva imparato a lasciarli accadere, ispirandosi alla calma delle cose ferme eppure sempre vive.

Stare bene allora era questo: nutrirsi soltanto dei pensieri commestibili e lasciare giù gli altri, senza far loro nessuna guerra.

Non poteva dire che ciò fosse facile... però era questo il segreto.

Quasi sempre bastava superare l'ostacolo della mattina e poi tutto si metteva in discesa. Già, la mattina era il momento peggiore: il campo era pieno di funghi velenosi, e con gli occhi ancora incartocciati non era per nulla facile orientarsi verso la roba commestibile.

La luce del sole gli pareva violenta e svelava rughe che di notte non c'erano.

Serviva lavarsi la faccia, darsi una rinfrescata e mettere in moto il corpo con la canzone giusta in sottofondo, perché aveva scoperto anche questo: il potere terapeutico di certa musica, che era in grado di rovistargli nel cuore e smuovergli l'umore come fa il vento coi temporali d'estate.

A volte serviva anche provare a dimenticarsi del telefono per qualche minuto, evitando di fare la controllatina ai social post sveglia (quella era velenosissima).

A volte serviva aprire un libro prima di fare qualunque altra cosa. Un libro di poesie o un romanzo. Per questo cercava di dormire tenendone qualcuno sul letto, accanto al cuscino. C'era una poesia in particolare che amava rileggere spesso in quei mesi. L'aveva trovata dentro una raccolta di Sandra Vergamini intitolata "La Sete del Vero". Faceva così:

Quando la vita è vuota

di lacrime e risate

ci si può trovare

a pattinare sugli eventi

che scorrono

assurdi

sui canali.

L'orizzonte sembra vasto

ma si chiude

dietro il telecomando.

Tendiamo l'orecchio

ad altri sospiri

costruiti ad arte

dagli esperti del caso.

E siamo sordi

ai nostri singhiozzi.

Quanta verità ci trovava. Quanta potenza. La vita vuota che lui aveva conosciuto. La sete intensa che aveva provato in passato. Sete di lacrime, di risate, di qualunque cosa avesse il sapore di un'emozione. Una sete grigia di cui si ricordava ancora. E quegli eventi che scivolavano via come se lui non avesse modo di intercettarli con un'azione, un gesto, una parola, un respiro. Gli slanci cerebrali con cui provava a liberarsi della noia e che morivano soffocati nella melassa melliflua dei giorni tutti troppo uguali uno all'altro. E poi gli esperti del caso, bastardi, coi loro sospiri di falsità. Rutti che non era mai riuscito a ignorare fino in fondo perché da suo nonno aveva imparato il bello della lentezza, sì, ma anche a dare ascolto. A tutti. E questo non era sempre un bene. Il rischio di vivere in mezzo agli esperti del caso era quello di incominciare ad assorbire il loro modo di fare e le loro misere abitudini, oppure quello di avere sempre difronte a sé uno stronzo da ascoltare, e alla fine, quando tutto tace, non avere più nemmeno un secondo di forza per affacciarsi verso i propri singhiozzi. E così soffocare senza saperlo, morire vivendo. Sordo. Verso i rumori del cuore e verso se stesso.

Mai più.

A volte serviva fare una trentina di piegamenti prima ancora di andare a pisciare, per ricordare al cervello di essere soltanto una piccola parte di un corpo molto più grande di lui, insomma di scendere dal piedistallo. Sentire la fatica fisica era sempre stato un mezzo che lui amava per arrivare a sentirsi presente, specialmente nei periodi difficili in cui la testa diventava ingorda e pesante e voleva reggere le redini del suo vivere.

Era una realtà con cui serviva fare i conti: appena sveglio pensare in grande era più complicato, coi telegiornali che vomitavano catastrofi sulle sue colazioni e i sensi di colpa più disparati che nascevano, peraltro senza nessun valido motivo.

Fra tutti i meccanismi che compongono la nostra materia, il cervello è sicuramente il più ingordo: tende a voler prevalere sugli altri. E allora lui, che lo sapeva, cominciava fin dalle prime ore del giorno a educarlo al comunitarismo. Partiva così col muovere le parti più terminali del corpo, le dita dei piedi e delle mani, e poi via via tutto il resto, cercando di percepire la mobilità delle articolazioni più nascoste.

E così la sua mente imparava un concetto che se avesse imparato un po' prima gli avrebbe sicuramente risparmiato anni di faide contro ansie e mali sottili che ingombrano la testa e quasi sempre nulla hanno a che vedere con la realtà. Era un concetto che la sua mente, ancora da educare, non conosceva: farsi piccola per essere grande, per essere forte.

Ne aveva sentito parlare qualche anno prima in un'intervista a Tiziano Terzani, una sera sul tardi, appena prima di dormire: essere contenti era molto meglio che essere felici. La felicità non si conquista, la contentezza sì, e lo si può fare in qualunque momento, anche quando la vita sembra giocarti contro con le sue giravolte. Dal momento in cui si iniziano ad accettare le cose come sono e non a vederle come sola conseguenza delle proprie nefaste azioni, tutto acquista un sapore diverso: il sapore della serenità.

Serviva amare ciò che si faceva e ciò che si era, guardando la luna senza più quel maledetto bisogno di volerla toccare.

Avere a cuore il proprio giardino. Forse non era molto, però era tutto ciò che davvero, concretamente, c'era. Nonostante i nodi di malinconia che ancora parevano non sciogliersi, nonostante la solitudine, nonostante tutto.